Il programma cantonale di integrazione

puzzle13Nell’ambito del rinnovo della politica di integrazione abbiamo intervistato Francesco Mismirigo, delegato cantonale all’integrazione degli stranieri.

Quali sono gli obiettivi e i principi fondamentali della politica d’integrazione?
Fondamentale è permettere alle persone appena arrivate in Svizzera, in Ticino in particolare, di trovare gli strumenti necessari per integrarsi al meglio, ovvero: trovare un posto di lavoro e una casa, inserirsi in un contesto sociale e permettere alla società d’accoglienza di conoscere i nuovi arrivati e instaurare un rapporto di rispetto reciproco. La prima informazione, in questo caso, gioca un ruolo molto importante siccome aiuta la creazione di questo reciproco rispetto e della reciproca conoscenza. Prevenendo le discriminazioni, si cerca di far conoscere la società d’accoglienza all’altro e viceversa. Bisogna lavorare sulla percezione, cioè conoscere in modo oggettivo e non soggettivo.

 

Qual è il ruolo del delegato all’integrazione e quale invece il ruolo della Commissione per l’integrazione?
In Svizzera ci sono 26 Cantoni e ogni Cantone ha un ufficio delegato per l’integrazione degli stranieri. Il nostro è un ufficio particolare, poiché è federale e cantonale. Noi amministriamo su richiesta e su mandato della Confederazione. Lo scopo è di mettere in pratica i principi delle pratiche d’integrazione e, di conseguenza, noi siamo l’operativo. La Commissione in Ticino, a differenza di altri Cantoni, è prettamente consultiva, ovvero, un insieme di persone rappresentative della realtà che fanno da interfaccia tra il Consiglio di Stato e il territorio e viceversa. In caso di problemi la Commissione può proporre al Consiglio di Stato delle soluzioni. D’altro canto, è il Consiglio di Stato stesso che identifica il problema e chiede alla Commissione di portare il proprio giudizio.

Come è strutturato il Programma d’integrazione federale, rispettivamente cantonale?
Il Programma d’integrazione federale è strutturato in tre pilastri principali, tre tematiche che in parte riprendono i progetti già attuali e sono: l’informazione e la consulenza, la formazione e il lavoro, l’integrazione sociale e la comprensione. È importante lavorare anche con le famiglie e i bambini. Il dialogo è fondamentale. L’integrazione spetta alle strutture ordinarie, ovvero al mondo del lavoro e alla scuola. L’idea è quella di trovare delle situazioni in contesti nei quali le strutture ordinarie non possono trovare una soluzione.

Che cos’è il PIC e quali sono i suoi obiettivi? Quali sono le direzioni prioritarie?
Il PIC ha sviluppato 19 misure che saranno portate avanti, in parte dal nostro ufficio e in parte dagli attori che agiscono sul territorio. Queste misure le abbiamo identificate facendo riferimento ai tre pilastri. Sono importanti anche gli eventi, non mirati al divertimento, che promuovono momenti d’incontro per poter conoscere l’altro.

Quali sono le procedure e le modalità per verificare il raggiungimento degli obiettivi del PIC?
Noi dobbiamo stabilire dei contratti annuali specifici con i partner come le Acli, l’OCST, il Sos, ecc. Poi, d’altro canto, ci sono dei contratti di prestazione con chi dà dei corsi di lingua oppure con le associazioni aventi progetti mirati. Questi contratti sono inseriti in una serie di bisogni che sono stati discussi. Una verifica verrà effettuata due volte all’anno. Berna è molto formale su questo, poiché ha aumentato i fondi a disposizione dell’integrazione e pretende che il tutto venga verificato. Per esempio: se dovessimo parlare di un corso di lingua, bisognerebbe verificare quanti sono i partecipanti e se essi abbiano raggiunto un livello di lingua idoneo. Lo scopo di questi aiuti è di incitare le persone che partecipano a questo programma, rendendoli autonomi nel corso degli anni. Alla fine dei quattro anni ci sarà una verifica finale.

Chi farà parte del PIC e quali sono i requisiti necessari per aderire al programma?
Una serie di attori presenti sul territorio che già ora sono attivi per quanto riguarda l’integrazione. Insieme a loro sono stati discussi gli strumenti che avrebbero conseguito al raggiungimento di un bisogno. In primis, i Comuni hanno il ruolo più importante perché il Comune è il principale attore e responsabile dell’integrazione. Un ruolo importante lo ricopre anche la SUPSI. I Dipartimenti dei Cantoni, soprattutto il DSS, è fondamentale per i progetti della prima infanzia e per i progetti legati all’integrazione lavorativa. Altri partner sono chi, già oggi offre dei corsi di lingua. Sono presenti anche le Associazioni degli stranieri.

Qual è la situazione attuale nel nostro Cantone per quanto concerne gli emigrati e perché il PIC è molto importante per il nostro territorio?
Il PIC è importante per il fatto che in Ticino non c’è un problema di stranieri, se di problema si può parlare quando si tratta di stranieri, ma c’è un problema di percezione degli stranieri. Su 93’000 stranieri 83’000 sono europei e, per forza, condividono con noi la lingua, la cultura e il modo di essere. Gli extraeuropei sono 6’000, ma questi 6’000 nella mente collettiva sembrano molti di più. Gli africani non sono nemmeno l’1 per cento degli stranieri, eppure nell’immaginario collettivo, sono numerosi. Il problema è che all’interno degli europei c’è una serie di preconcetti, per esempio quando parliamo dei Balcani il problema è che se fino a 20 anni fa la persona che proveniva dall’ex Jugoslavia veniva considerata come un plus valore, oggi, per una serie di motivi, non è così. Lo scopo principale del PIC è quello di lavorare sulla percezione. Per questo aspetto, il Ticino è unico all’interno della Svizzera per un numero così elevato di stranieri che sono simili alle persone del posto.

Il PIC prende in considerazione i nuovi flussi migratori, ovvero persone provenienti dai paesi terzi? Se sì, in che modo?
Il PIC prende in considerazione soprattutto i flussi migratori dai paesi terzi, perché con la libera circolazione i diritti e i doveri sono parificati. Normalmente, a un cittadino europeo non c’è nemmeno l’obbligo dell’apprendimento della lingua. Lo stato principale è il terzo, Asia e Africa, ma i progetti riguardano tutti. È difficile fare una separazione netta poiché tutti gli stranieri vengono presi in considerazione.

Per preparare il PIC, l’ufficio del delegato cantonale all’integrazione degli stranieri si è avvalso della regolare collaborazione concreta di due gruppi di lavoro. Può spiegarci in dettaglio questa parte del progetto?
Il PIC non è stata la creazione federale, quindi teorica, ma è stato discusso e condiviso anche con chi lavora sul territorio: con i rappresentanti delle strutture ordinarie, i sindacati, le associazioni, ecc.

Quale sarà la strategia adottata per quanto riguarda la comunicazione e l’integrazione sociale degli emigrati?
Non si può prevedere il futuro. Si inizia a gennaio e si termina nel 2018. Questo nuovo centro diventa un luogo di interfaccia tra stranieri e indigeni. Bisogna integrare le persone e dare loro delle informazioni. Il primo anno sarà far comunicare, ovvero offrire soluzioni a chi chiede un aiuto.

Potrebbe illustrarci la modalità di finanziamento prevista dal PIC? 
La Confederazione ha deciso di aumentare i fondi a favore dell’integrazione a livello svizzero. Il capitale che la Confederazione mette a disposizione e il capitale che i Comuni hanno destinato per l’integrazione fanno l’insieme del capitale a disposizione.