Laboro ergo sum. Lavoro quindi sono.

puzzle mosaico2Molte delle persone che si rivolgono ai servizi del CFP-OCST in una situazione di riprogettazione della propria vita professionale. Una riflessione sul significato del lavoro diventa sempre più necessaria poiché oggi il lavoro ha assunto nuovi significati rispetto al passato. Questo scritto forse ci può aiutare a rispondere ad alcuni interrogativi che trasversalmente abitano la vita quotidiana di ognuno di noi.

Questo scritto è tratto dal libro “Il tempo della precarietà”,a cura di Mario Giorgetti Fumel e Federico Chicchi, edito da Mimesis, Udine 2012.

Che cos’è il lavoro? Che cosa significa lavorare?

Il lavoro è per certi versi il destino dell’uomo. Il lavoro è anzi, a voler essere precisi, ciò a cui Dio ci ha destinato con fine punitivo una volta sloggiati dal giardino dell’Eden. Quando Dio, dopo essersi rivolto al serpente prima e alla donna poi, si rivolge ora all’uomo lo fa pronunciando la propria maledizione contro la terra, dalla quale d’ora in poi soltanto con sofferenza se ne trarrà il nutrimento, e ricordando, che: “Con il sudore della tua faccia mangerai pane” (Genesi 3, 16-22).

Anche per la tradizione greca, il lavoro, al pari di tutti gli altri mali, proviene dal vaso di Pandora, inviato da Zeus per punire i mortali. Esso è quindi un destino infausto, fatto di pena, sofferenza e fatica. Ecco che nell’antichità: “Lavorare significava essere fatti schiavi della necessitä” (H.Arendt, Vita activa. La condizione umana, cit. p.60).

Ed effettivamente, il lavoro è anche necessità, forma incarnata della necessità che alimenta la vita: bisogno di cibo, di riparo, di cura. Ma, a differenza del passato oggi il lavoro è pure un diritto. [] Si è così passati dal lavoro come asservimento alle condizioni della vita umana, dal lavoro come amaro destino, al lavoro come diritto da doversi tutelare, difendere, rivendicare.

[] Oggi, in questo nostro tempo della precarietà, queste stesse prospettive sul lavoro, non evidentemente relegabili soltanto al passato, ci tornano rinnovate nella loro forma più attualizzata per la quale, e contemporaneamente, il lavoro è un destino, il lavoro è una necessità, il lavoro è un diritto: e non si tratta evidentemente di scegliere, quale fra le tre sia la dimensione più calzante per rappresentare, descrivere o inquadrare il lavoro. Al contrario, si rende necessaria una fusione che non con-fonda, ma che lasci emergere lo statuto di destino, di necessità e di diritto che riguarda il lavoro.

Che cos’è il lavoro dunque? Che cosa significa lavorare, allora?

Solo rispondendo a queste domande, domande che nulla vogliono avere di ingenuo, è possibile capire cosa voglia dire, al contrario, non avere un lavoro, rischiare di perderlo, o averlo in condizione precarie.

Che cos’è il lavoro, dunque, e cosa pertanto significhi lavorare al di là della considerazione meramente comune che nel lavoro vede esclusivamente una attività produttiva dal punto di vista economico?

Per Freud, ad esempio, amare e lavorare erano i due verbi fondamentali della vicenda umana. Cosa da senso alla vita? Per Freud non v’è dubbio: l’amore e il lavoro. Questo non significa, ovviamente, che l’ambito dell’amore e del lavoro siano esenti da sofferenze, siano esclusi dal procurarci patimento. Semmai il contrario: proprio perché queste due cerchie dell’universo umano concentrano su se stesse gran parte del senso della nostra esistenza, proprio per questo, esse ci espongono maggiormente al dolore.

[] Ma il lavoro è anche un pilastro fondamentale su cui si costruisce il legame sociale: “Dopo che l’uomo delle origini ebbe scoperto che dipendeva dalle sue mani - ciò va inteso letteralmente -  migliorare la propria sorte sulla terra col lavoro, non poté più essergli indifferente se un altro lavorasse con lui o contro di lui. L’altro acquistò il valore di un compagno di lavoro, con cui era utile vivere insieme” (S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere, cit., vol. X, p. 589).

L’assenza del lavoro, la perdita di lavoro producono quindi isolamento e sofferenza. Questo però, evidentemente, non esaurisce la problematica della precarietà e la sua relazione stretta con la dinamica del lavoro. Perché il problema è cosa accada, quale condizione si crei e sussista quando rispetto al lavoro non si tratti di averlo oppure no, quanto piuttosto l’averlo in condizioni indeterminate, forzatamente flessibili, incerte, in altri termini precarie.

[] Chi è il precario, allora, se non un soggetto che non è più in grado di recuperare quella dimensione identitaria che lo lega ad altri lavoratori, suoi simili, in relazioni sociali condivise. Egli diviene individuo incompleto, monco, puro ingranaggio, intercambiabile, mera forza lavoro. Egli è soggetto a subire, in attesa di cambiamento, di spostamento, molto spesso di un peggioramento. Talvolta si trova a pregareprecario dal latino prex. precis – con suppliche ciò che, da diritto che era, ora gli viene concesso per grazia( P. Andreoni, Tempo e lavoro, cit., p. 221).

[] Il lavoro è prima di tutto legame, identità soggettiva, azione creatrice che non vede solo la mano – mano d’opera appunto – ma che dietro di essa scorge, nel prolungamento stesso dell’azione realizzatrice, l’azione della mente e del cuore che guidano quella mano. La vita è in questa azione della mano che si impossessa del mondo.

Come scriveva E. Lévinas, in Totalità e infinito, in questa funzione che le è propria, “che è il destino della propria mano”, vi è energia di conquista, vi è possesso che è presa di possesso o lavoro. Il lavoro non è una trascendenza, il lavoro è vita in sé e per ciò stesso esercizio indispensabile e vitale, perché: “Nella sua intenzione prima il lavoro è questa conquista, questo movimento verso di sé”, la sua assenza genera precarietà nell’esistenza umana.

[] La precarietà ha a che vedere, più che con la pancia o con la tasca, con la essenziale vitalità del desiderio umano.