Il valore del presente

logorubrica“Il modello educativo in cui siamo cresciuti è tale per cui non ci hanno insegnato a prenderci cura del presente, né di noi stessi nel presente. Durante gli anni della crescita ho ricevuto come stimolo quello di “prepararmi per un buon futuro”, ovvero accumulare tutti gli strumenti necessari per diventare un “ben adattato” essere sociale. Il presente non esisteva se non come passaggio necessario per la realizzazione del futuro, un tempo astratto in cui sarei stata qualcuno, avrei avuto successo, avrei guadagnato bene. Questo ha fatto sì che io crescessi con un’immagine incongruente di me stessa: il mio vero sé, quello che viveva il presente, non esisteva. O meglio, non esisteva se non come accessorio per la  realizzazione del sé ideale, ovvero di quella immagine ideale di me che avrebbe dovuto realizzarsi nell’ipotetico futuro. Rendermi conto di questo è stato per me estremamente liberatorio. Svelando l’inganno che io stessa mi facevo, ho imparato che prendermi cura del presente è il miglior modo per prepararmi al futuro. Fare bene quello che sto facendo oggi, attribuendo valore a ciò che vivo nel qui e ora, è il modo migliore per crearmi il futuro che desidero”.     

Tratto da: Come trovare il lavoro che piace, Caterina Mengotti, ed. Sonda. 

L'Ozio

logorubricaUna riflessione stimolata dalla lettura di Salatore Natoli.

Dal latino otium il termine ozio rimanda alla solitudine, intesa come dedizione alla contemplazione, alla riflessione, agli studi, ed è contrapposto al termine negotium, "non ozio" inteso come attività lavorativa. Il termine è diventato nel tempo sinonimo di pigrizia, inerzia, ma l’ozio non è sempre stato condannato come vizio sociale, l'ozio non è sempre stato il padre dei vizi.

Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia, dall'attivismo, dal produrre per consumare, da un consumare spesso definalizzato e perciò da un produrre per il produrre. Di qui un lavoro obbligato, costretto com'è nei ritmi della produzione, ed insieme un consumo senza gioia.

Nel mondo contemporaneo il produrre è divenuto un dovere. Il moderno ha privilegiato l'homo faber quel tipo d'uomo ove l'obbligo di produrre prevale sul libero agire.

Una società che misura il tempo in termini di danaro ha in avversione l'ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s'instaura una circolarità viziosa. Questa convinzione, per altro era già degli antichi: otia dant vitia. I moderni radicalizzano quest'idea, in certo senso la portano alle sue estreme conseguenze. E tuttavia il moderno nel condannare l'ozio come spreco del tempo e occasione di dissipazione mette tra parentesi - fino poi a dimenticarlo del tutto - l'otium di cui parlavano gli antichi. L'ozio, concepito al modo degli antichi, non è infatti una fuga dal lavoro, ma, al contrario, coincide con l'agire libero e più esattamente con il modo d'agire proprio degli uomini liberi.

Per i moderni l'ozio ha senso solo se lo si assume come una pausa - giustificata - dal lavoro e non viene invece concepito come un'attività libera, come il "tempo dell'opera", di cui cifra assoluta è l'opera d'arte. L'arte infatti è insieme lavoro, libertà/creatività, grazia. Gli uomini moderni hanno dimenticato l'idea antica di ozio e tuttavia non mancano di lamentare ad ogni momento - pavesianamente - che lavorare stanca.

È allora necessario recuperare il valore originario dell'ozio così come lo intendevano i greci. La parola greca scholé significa riposo, quiete, soprattutto tempo libero.

Singolare, in questo caso, è l'etimologia del termine. Taluni lo fanno risalire al verbo écho che significa "avere". Se così è, la scholé - in senso stretto - non ha altro significato che quello di avere: essa designa un possesso e propriamente quello del tempo, di un tempo tutto per sé.

Ma l'ozio è un tempo per sé non nella forma strettamente egoistica del farsi, una volta tanto, gli affari propri. Caso mai è il negotium il luogo proprio degli affari.

Nell'ozio, viceversa l'uomo si libera da sé, dal suo immediato interesse, non per negarsi, ma per meglio ritrovarsi, per pervenire alla più compiuta consapevolezza della sua vera condizione. Il tempo dell'ozio è infine il tempo delle giuste relazioni con gli uomini. Nell'affare le relazioni umane sono spesso strumentali. L'ozio, al modo in cui favorisce un sapere disinteressato, libera spazio per l'intimità. Il lavoro non cessa mai d'essere fatica.

Tuttavia la fatica la si sopporta e perfino la si cerca se essa si riscatta nell'opera. Se poi l'opera da realizzare e da portare a compimento siamo "noi stessi", allora dobbiamo regalarci tempo.

È doveroso sottrarsi all'alienazione del produrre senza destinazione. Dobbiamo destinare a noi stessi la nostra fatica, spartirla con gli amici, dedicare il nostro tempo a quelli che amiamo."

Il formatore/trice diventa esperienziale? Un sogno che prosegue

logorubricaIn occasione della celebrazione del 20° dalla fondazione del CFP, abbiamo avuto il piacere di avere nostro ospite e relatore Piergiorgio Reggio. Proponiamo nella nostra rubrica uno stralcio dal suo testo ll quarto sapere, fortemente attinente il nostro lavoro: 

“La crisi della formazione oscura anche la figura del formatore, rendendola incerta, per molti versi ambigua e costretta a vivere contraddizioni che sembrano talvolta insanabili. Eppure la crisi della formazione, che si è visto essere determinata da fattori di carattere economico, politico, sociale e culturale – non sembra modificare la consapevolezza del proprio ruolo da parte di chi svolge funzioni formative. La gabbia mentale del processo lineare, che  inizia con l’analisi dei bisogni e termina con la valutazione dei risultati, continua ad essere vissuta come rassicurante, a condizione, però, di non voler vedere in faccia la realtà. Questa è diversa, è fatta di persone che – sul lavoro e nella vita sociale – imparano molto altro di diverso e di importante, rispetto a ciò che viene loro impartito come conoscenze predefinite nei luoghi formali dell’istruzione e della formazione. Le capacità di imparare superano di gran lunga quelle di insegnare; nonostante ciò sia empiricamente constatabile da chiunque si avvicini alle realtà della formazione, le conseguenze non vengono spesso tratte. Eppure, una consapevolezza nuova si sta facendo strada, riprendendo le radici più profonde dell’educazione. Il formatore che intende muoversi in una prospettiva di apprendimento esperienziale, è chiamato, a sua volta, ad un percorso di tipo (auto)formativo. Non si tratta di padroneggiare nuove tecniche e strumenti ma di incarnare una logica con la quale guardare le tradizionali pratiche formative per rigenerarle, oppure ideare nuove pratiche. La strada va cercata, inevitabilmente, a partire dall’esperienza come criterio ordinatore della nostra stessa formazione. Ciò può apparire impegnativo e, in certi momenti, disorientante, come lo è l’esperienza stessa. Rispetto a ciò occorre riconoscere le nostre resistenze e individuarle come fulcri di una forza che possa agire in senso differente. (..) Siamo costretti a sentire il rumore della vita e degli altri, ad interrompere il monologo e la spiegazione, perchè il dialogo possa iniziare. Ciò che non possiamo fare, se desideriamo trasformare la rabbia e la frustrazione in energie positive di apprendimento per noi e per gli altri, è rifiutare il “casino” della vita, provocato da tante voci di persone vive, insegnanti e allievi, insieme. Se questa è la prospettiva, allora la speranza che l’esperienza possa cambiare il nostro modo di fare formazione è ancora viva, e il sogno non finisce”.   

Il quarto sapere

Guida all’apprendimento esperienziale, Edizioni Carocci 2010.  

Piergiorgio Reggio

Lavorare con l’incertezza

logorubricaProponiamo un brano da un libro che ci è molto vicino per l’esperienza che racconta e per la modalità di lavoro adottata, perché puntualizza alcuni principi fondamentali del lavorare nell’accompagnare.

“Questo libro racchiude un racconto ed una analisi e non può quindi portare a risultati scientifici “certi”, ciononostante un dato sicuro siamo certi sia emerso: un lavoro di questo tipo richiede all’operatore la capacità di tollerare l’incertezza derivante dal non poter fare affidamento su un metodo sicuro. Questo non significa che gli operatori non debbano avere solidi saperi, strumenti e metodi, ma che questi aspetti comunque fondamentali ed imprescindibili debbano essere intrecciati ad una buona capacità di ascolto, di mettersi in gioco e soprattutto di rimanere consapevoli dei modi e delle motivazioni del proprio agire.

Saper lavorare con l’incertezza richiede un alto livello di tolleranza alla frustrazione ma non significa essere qualunquisti e quindi accettare qualunque tipo di risultato.

Incertezza non significa infatti ignoranza, insicurezza o qualunquismo, ma piuttosto rispetto, capacità di stupirsi e di apprendere dall’esperienza, caratteristica quest’ultima che è emersa con tutta la sua fondamentale importanza, nel corso di questo particolare progetto.

Lavorare per ritrovare il lavoro, con e per i nostri utenti, all’interno di un quadro generale del mercato del lavoro stesso molto poco favorevole, almeno all’interno della difficile congiuntura di questi anni, può essere molto complicato e risultare anche fallimentare.

Ciononostante questo gruppo di lavoro continua a perseguire i propri scopi seguendo quella che è forse l’unica strada possibile, cioè quella delle relazioni dirette che possano veicolare fiducia, motivazioni e comprensione, aggirando pregiudizi e logiche sistemiche anonime.

Questo approccio al problema si basa sul tentativo di costruire una rete di relazioni e di creare un processo di negoziazione di significati comuni, da cui possa partire la costruzione di percorsi condivisi per il reinserimento lavorativo e sociale degli utenti”.

RITROVARSI PER RITROVARE IL LAVORO

Bilancio di competenze e fasce deboli

A cura di: Alessandra Selvatici e Sabine Waldmann

La porta

logorubricaUn capitano d’industria cercava un dirigente abile e saggio che avesse le capacità e l’acume necessari per gestire la sua azienda, una volta che lui si fosse ritirato. Chiamò i migliori manager della sua ditta e ingaggiò consulenti del lavoro e cacciatori di teste perché trovassero altri candidati. Affittò la grande sala di un imponente palazzo e vi riunì tutti gli aspiranti all’importante ruolo.

Il capitano di industria si rivolse ai dirigenti lì riuniti: “Ho un problema e voglio sapere chi tra voi è in grado di risolverlo. Quella che vedete dietro di me è la porta più grande, robusta e pesante del paese. Chi di voi è in grado di aprirla?”.

Alcuni manager si limitarono a scuotere la testa: il problema era semplicemente troppo grande. Altri guardarono la porta, discussero di leve e pesi, rievocarono le teorie del problem solving studiate all’università e ammisero, infine, che il problema sembrava irrisolvibile.

Quando il più saggio e il più rispettato ammise la sconfitta, anche tutti gli altri capitolarono. Tranne uno, che si avvicinò alla porta e la esaminò esattamente. La toccò, ne valutò ampiezza e spessore, osservò il tipo e la lubrificazione dei cardini. La controllò per bene alla vista e al tatto. Alla fine prese la sua decisione: inspirò a fondo, si concentrò e spinse delicatamente la porta.

La porta si aprì facilmente e senza sforzo.

Gli altri avevano dato per scontato che la porta fosse bloccata o incastrata; invece era appena socchiusa e costruita in modo tale da rendere sufficiente un lieve tocco per aprirla.

Il capitano d’industria aveva trovato il suo successore. Si rivolse ai dirigenti riuniti e disse: “Il successo nella vita e negli affari dipende da alcuni elementi chiave, quelli che abbiamo appena dimostrato. Prima di tutto, basatevi sui vostri sensi per comprendere appieno la realtà di ciò che vi circonda. Secondo, non date per scontate affermazioni che potrebbero essere false. Terzo, siate inclini a prendere decisioni difficili. Quarto, abbiate  il coraggio di agire con audacia e convinzione. Quinto, investire le vostre risorse nelle azioni che compiete. Infine, non abbiate paura di commettere errori”.

Fonte generica: tradizione orientale.  

Tratto da: N. Owen, Le parole portano lontano.